Enormi moltitudini

Stalin era morto… ma non era ancora sepolto. Aveva sempre amato schiacciare le persone una contro l’altra, pressarle, lasciarle senz’aria e senza spazio, senza risorse; aveva sempre amato rinchiuderle e stiparle, circondarle, immobilizzarle: il «canile» di ingresso alla Lubjanka, con tre prigionieri per ogni metro di pavimento; Ivanovo, con 323 uomini in una cella da venti, o Strachovič, con ventotto uomini in una cella di isolamento; o trentasei in un compartimento ferroviario, o un furgone cellulare talmente pieno che gli urka non riuscivano neanche a derubare gli altri, o gli zek legati a coppie e affastellati come tronchi nel cassone di un camion, diretti all’esecuzione…

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Le ragazze

Le ragazze, quelle che camminano
con stivali di occhi neri
sui fiori del mio cuore.

Le ragazze, che abbassano le lance
sui laghi delle proprie ciglia.

Le ragazze che lavano le gambe
nel lago delle mie parole.

Velimir Chlébnikov

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)